martedì 23 giugno 2015
martedì 16 giugno 2015
Faccine di merda
Non userò mai le faccine. Intendo le faccine che si mettono in fondo alle frasi, gli smile, gli emoticon quelle inutili, futili, ingannevoli faccine.
Le faccine sono una bastardata. Sono fuorvianti e mescolano le carte di una conversazione, sui social, su un forum o dove capita.
Quando parlo con qualcuno, di persona intendo, faccia a faccia, ho la situazione sotto controllo. Vedo le reazioni sul volto del mio interlocutore in tempo reale e molto bene, in modo chiaro, almeno che non abbia due decimi di vista. Se questo s’incazza m’accorgo. Se fa ironia pure, se è sarcastico, se s’offende, se mi sta cacciando balle a tutto spiano, se mi sta prendendo per il culo, se è stufo, se è annoiato, anche se cerca di dissimulare me ne accorgo, o almeno ho la possibilità di farlo.
In una conversazione virtuale no. In una conversazione virtuale non ho la possibilità di sapere, di scoprire tutto questo. In una conversazione virtuale in rete, ossia scritta, l’unica cosa che fa trasparire un po’ di emozioni, poche, è la scrittura stessa. Dalla scrittura, dal modo in cui uno scrive, si può intuire quale sentimento ci sia in ballo in quel momento. Astio, felicità, rabbia, noia, scazzo, è difficile, più che dal vivo , ma un piccolo margine c’è. Di fronte a una battuta farcita da quelle belle faccine di merda invece, tutte le carte in tavola vengono cambiate. Tutto diventa ambiguo. Uno può mandarti affaculo e piazzare una bella faccina di cazzo che ride in fondo all’insulto per stortare il significato dell’espressione. E uno resta lì, c’è lo smile, quindi è tutto pacifico, però si ha l’impressione di essere appena stati mandati affanculo. Qualsiasi giudizio può venire falsato, basta metterci la faccina. La discussione si fa accesa, e a suon di faccine non si capisce più un cazzo di niente. Il massimo è quando si mette solo la faccina, senza aggiungere niente, sia essa ridente o triste o quello che è. Quello è la vetta della falsità.
Oramai non ci si fa più caso. Non ci faccio più caso quasi nemmeno io. Però, se ci rifletto, odio le faccine.
Certo, a mettercisi d’impegno, si potrebbe tentare di estrapolare dei significati stabili anche dall’uso delle faccine di merda, un vero e proprio linguaggio. Il problema è che è una piccolezza, fredda, molto limitata, la faccina, il che rende una ricerca del genere molto complicata.
Insomma, le faccine di merda sono delle scappatoie per nascondere le proprie intenzioni, comode, efficaci. Prendere per il culo uno dal vivo, senza che questo se ne accorga, richiede una certa maestria, di più o di meno in base alla maestria dell’altro nell'accorgersene, ma comunque richiede talento. Le faccine di merda no, annullano il talento, e annullano la genuinità della conversazione.
Ecco perchè non userò mai le faccine di merda.
martedì 9 giugno 2015
Io scrivo le parolacce
È giusto, quando si scrive, fare uso delle parolacce? Credo di sì. Io lo faccio. Raccontare una storia, realistica o fantastica che sia, vuol dire sempre raccontare la realtà, e la realtà è piena di parolacce.
Fare uso abbondante di parolacce non è di certo una novità. Ci sono scrittori che hanno fatto del linguaggio scurrile una vera e propria bandiera, loro malgrado. Mi vengono in mente Bukowski o Irvine Welsh. Ma ce ne sono molti altri, chi più chi meno, Lansdale, King, non voglio stare qui a fare un elenco. Il cinema poi, da Tarantino in poi, ha sdoganato la scurrilità in modo definitivo. Perciò la parolaccia nel testo scritto non ha più nessun valore innovativo. La parolaccia fa semplicemente parte della vita reale che viene costantemente descritta nelle storie che si scrivono. Quindi va utilizzata.
Spesso mi capita ancora di leggere espressioni come “cosa diavolo succede” o “dannato telefonino, non prende” quando un “che cazzo succede” o “sto cazzo di telefono non prende” sono molto più realistiche e appropriate. Certo, conta il contesto, ma io vorrei tanto sapere in quale contesto uno possa trovarsi a dover dire cosa diavolo succede. Piuttosto uno non dice niente.
Per quel che riguarda i dialoghi non c’è scusa, se c’è l’imprecazione dev’essere per forza a suon di parolacce.
Se si parla invece di voce narrante allora la faccenda è un po’ diversa ma neanche tanto. Chi è il narratore? Non è uno che racconta? Va bene, nel caso del narratore onnisciente non è esplicitamente una persona fisica. Ma è pur sempre una voce figlia del tempo di cui narra, a parte eccezioni che devono essere specificate. Il narratore non è un gentiluomo dell’ottocento (ammesso che i gentiluomini dell’ottocento parlassero davvero come i gentiluomini dei romanzi dell’ottocento) ma è uno qualunque dell’epoca in cui è ambientata la storia. E allora? O si limita a narrare i fatti in modo distaccato, narratore esterno, allora non avrà mai occasione di dire niente di suo, oppure “parlerà” e allora le parolacce mi sa tanto che ci debbano scappare.
Non utilizzare le parolacce non è giusto. Confonde le carte. Quando uno scrive deve dire la verità, e se è logico aspettarsi le parolacce, le parolacce devono arrivare.
Il problema è capire quando è logico aspettarsi le parolacce. È il problema sì, ma di facile risoluzione. Basta riprodurre esattamente le cose come sarebbero dal vero. Il mio personaggio quarantenne va in posta e l’impiegata quando è il suo turno gli chiede cosa deve fare? Lui risponderà che deve spedire una raccomandata. Una volta uscito però, dopo mezzora in fila dietro vecchi che tossivano, incontrando un suo amico alla domanda cosa fai qui? Risponderà che è andato a spedire una cazzo di raccomandata di merda.
Insomma, le parolacce fanno parte della nostra cultura, e vanno messe, a testa alta, dove è giusto che ci siano.
mercoledì 3 giugno 2015
Le migliori facce della storia del cinema
Ho sempre avuto la fissa per le facce. La gente fa in continuazione facce di tutti i tipi, in modo più o meno volontario. Spesso le facce sono indicatrici più di mille parole, non credete?
Sono un cultore delle facce e nei film di facce ce ne sono una marea. Ah, per faccia intendo una cosa tipo: “ehi, non ti piace il budino? Fai una faccia”. Oppure : “come l’ha presa? Ho visto che aveva una faccia”. Insomma la faccia.
Qui ho elencato quelle che secondo me sono le migliori facce della storia del cinema. Ovviamente ce ne sono tantissime, una più importante dell’altra, ma queste per me sono le migliori.
Di proposito non ho messo foto o video delle facce in questione, perchè per apprezzarle vanno viste nel film intero.
Sono un semplice appassionato, non ho competenze tecniche oltre quelle che si possono sviluppare godendosi migliaia di film, perciò, tutto quello che dirò qui sotto, potrà essere deriso dagli espertoni.
Al quinto posto...
Forse l’attore migliore di tutti i tempi è Jack Nicholson. Di sicuro è uno tra i migliori di sempre, di sicuro a qualcuno farà schifo, perchè è esagerato, sempre all’eccesso, con la faccia da schiaffi. Nessuno però potrà mai dire che non è un grande attore. Secondo me è il più grande di tutti. Ed è sua la prima faccia che prendo in considerazione in questo piccolo olimpo delle facce.
Shining. Gran film, gran regista, grande storia, grande protagonista. Un cult. La faccia in questione è quella che il buon vecchio Jack ci appioppa nel punto esatto di svolta del film: Jack Torrance impazzisce. Jack sta da solo nel salone, gioca con la pallina, non scrive niente di niente a parte quella filastrocca. E a un certo punto impazzisce, cade vittima dell’albergo, e lo esprime con una faccia da antologia, stanca, sfatta, atona, ma con un guizzo ottuso e nascosto che fa venire la pelle d’oca. Con un’unica espressione Jack riassume tutto il film. Il film, alla fine, non è altro che quell’unica faccia, malata e perversa come l’Overlook.
Al quarto posto...
Qui le facce in realtà sono tre. Appartenenti a due film diversi e a tre donne.
Thelma e Louise e Million dollar baby. Le metto alla pari perchè non so decidermi.
Geena Davis e Susan Sarandon sulla macchina, ferme nella sabbia prima di partire verso il precipizio. Due donne sfinite, ben oltre il punto di non ritorno, senza più nulla se non la loro amicizia. Quelle facce polverose, sudate, sorridenti, gli occhi luminosi. Stanno per fracassarsi nel Gran Canyon, gente, e ti piantano lì quel sorriso triste e felice, che tutte le volte che vedo il film mi fa disperare. Si guardano e dalle loro facce sprizza fuori tutta la stanca e gloriosa tragedia.
Hilary Swank in palestra mentre il Grande Vecchio, ottantacinquenne tre giorni fa, accetta di allenarla dettando le sue regole. Un sorriso enorme che tenta d’essere trattenuto, ma non ci sta proprio in bocca. L’immagine della felicità. La felicità intera, di tutti i bambini la mattina di Natale messa dentro una sola faccia. È per questa faccia qui che Hilary ha vinto l’Oscar.
Al terzo posto…
Finalmente un film italiano. Fellini? Monicelli? No, Aldo, Giovanni e Giacomo. Allora sarà Tre uomini e una gamba. No, La leggenda di Al John e Jack. La scena del compleanno di Jack. La faccia che riesce a piazzare Giacomo constatando che Giovanni gli ha regalato un libro del Carabbaggio invece dei colpi della pistola è arte pura. Non so pensare a niente di fatto meglio, nella sua brevità, nella sua fissità perfetta. Ho sempre considerato Giacomo il più attore dei tre, il più disinvolto, ma qui supera ogni possibile bravura. Certo, non trasmette altro che il disappunto zotico di un analfabeta, ma te lo trasmette dritto in mezzo agli occhi come un cazzotto.
Al secondo posto...
Rayan Gosling ha avuto un momento in cui sembrava dover sfondare qualsiasi cosa si potesse sfondare. Due o tre anni fa, più o meno. Poi s’è un po’ fermato. Di sicuro è un bravissimo attore e la massima espressione di questa bravura la dimostra in Drive, di Nicolas Winding Refn. Gran regista, tanto per precisare.
La scena dove si può apprezzare la faccia è quella della rapina al banco dei pegni. La rapina va storta, Standard viene colpito mentre torna alla macchina. Quando viene esploso il secondo colpo e Standard crepa in mezzo al piazzale, Gosling fa una faccia che con una leggera smorfia riesce a descrivere l’intero personaggio e forse anche il film. Il pilota, Drive, il protagonista insomma, è un disadattato, un disperato, arrivato da chissà dove, cresciuto chissà in quale degrado sociale, senza famiglia, senza niente. Cerca di risalire, cerca di ritagliarsi un posto nel mondo, lavorando, sgobbando, e “arrotondando”, sfruttando quello che sa fare meglio. Questo pilota non è Jason Statham, non è il solito solitario senza passato che prende a botte tutti quelli che lo guardano storto. No, e tutto è contenuto in quell’espressione. Gosling ha paura, si spaventa, ha uno scatto terrorizzato. Nella fissità imposta dalle caratteristiche del personaggio riesce a mettere mille sfumature. La paura, la fragilità umana atipica per il genere, la presenza di spirito, la velocità di ragionamento, difetti e pregi di una persona “normale”, l’istinto d’autoconservazione sconosciuto a molti duri del cinema. Questo pilota le cose se le suda, non gli vengono da una supremazia misteriosa o da caratteristiche spinte all’eccesso. E tutto sta dentro quell’unica faccia tesa.
Al primo posto…
Per qualche dollaro in più. Forse il più equilibrato tra i tre della “Trilogia del dollaro”. Trilogia che, giratela come volete, ha cambiato il cinema. Prima John Wayne se la rideva sparando minchiate con uno stivale appoggiato su una sedia e cavalcava sparando e ricaricando i due fucili facendoli roteare. Poi... Sergio Leone ha fatto vedere come poteva essere un film innovativo, moderno, e tutti l’hanno copiato. Esiste un prima Sergio Leone, e un dopo Sergio Leone. Qualcuno ogni tanto tira in ballo Sam Peckinpah, ma gente, Peckimpah è bravissimo, ma i suoi film migliori sono posteriori alla Trilogia e poi, scusatemi tanto, il suo stile non l’ha seguito nessuno.
Il colonnello Douglas Mortimer corre dietro all’Indio per tutto il film e alla fine lo trova. Lo stana, letteralmente, sfoltendo insieme al “ragazzo” tutta la gentaglia che lo circonda. Soltanto che l’Indio è come Ramon, l’Indio è Ramon, per tutti i ragazzini che sono cresciuti idolatrando questi film, ossia è uno che meglio farselo amico. Il vecchio Mortimer si fa fregare come un pivello e l’Indio lo disarma. Eh sì. Tutta la fatica per trovarlo, i pericoli, la strategia, io dall’interno tu dall’esterno, tutto buttato nel cesso. L’indio apre il suo bell’orologio rubato e pronuncia la frase: “quando la musica finisce cerca di sparare, cerca”. E il colonnello Mortimer se ne resta lì, la pistola a qualche metro, nella polvere, il fucile dell’Indio puntato contro, il ghigno malsano e puzzolente di Volontè dritto davanti.
L’Indio è lo scopo di vita del colonnello. Mortimer vive per far fuori l’Indio, ha fatto di tutto per trovarsi nella condizione di poterlo fare fuori, per vendicarsi. L’Indio ha ammazzato la sorella del colonnello, anzi, peggio, la sorella s’è sparata mentre l’Indio la violentava nel suo letto, dopo aver ucciso il fidanzato. E Mortimer vuole vendetta. Ce l’aveva quasi fatta, era ha un millimetro, e in un attimo la situazione è precipitata e si ritrova nella merda più nera. Non solo morirà, quello è il meno, ma non riuscirà vendicarsi, non eliminerà il suo nemico e quello anzi se la riderà ancora, soddisfatto, unto, sudato, vincitore per l’ennesima volta. Mortimer ha perso, ha fallito, è tutto finito. E noi, sullo schermo vediamo tutto questo dipinto sul volto di un Lee Van Cleef eccezionale, immenso nel mostrare tutta la disperazione che si possa immaginare. Un uomo distrutto, esterrefatto, al quale è stata tolta l’unica speranza, tuttavia dignitoso, duro come la roccia, inamovibile nella desolazione. La musica di Morricone tira coltellate nello stomaco, e la musica non è altro che la disperazione del colonnello.
Poi va be’, sappiamo tutti come va a finire.
mercoledì 20 maggio 2015
Ho uno stile
Come scrittore ho uno stile. Piaccia o meno ce l’ho. Qui di fianco potete ammirare le copertine delle mie prime tre pubblicazioni. Qualcuno può negare che ci sia un certo stile? Qui sotto invece (anche da parte in realtà) potete vedere la copertina della mia ultima fatica (il romanzo Prega il tuo dio, in offerta GRATUITA su Amazon). Insomma c’è una certa coerenza nelle quattro copertine, uno stile appunto.
Anche le storie che scrivo hanno tutte un certo stile.
Prima di tutto sono storie fantastiche, nel senso che strabordano sempre dalla realtà. Poi non mi piace ingabbiarle in un genere specifico, anche perchè, ad essere sincero, non saprei in quale. Certo, nello store sono classificate come horror, thriller, avventura, roba così, ma mi vanto del fatto che nessuna di queste categorie rispecchi la vera identità delle mie storie.
Sono storie scritte per intrattenere, divertire, di sicuro non sono scritte per insegnare qualcosa. Nelle mie storie non c’è spazio per paroloni, gente che parla come i foglietti illustrativi delle medicine oppure che si “corica”, personaggi che si svegliano di “soprassalto”, cuori che hanno “sussulti” e neanche pignolerie varie. Nelle mie storie ci sono le storie. Questo è il mio stile.
Certo poi, se non vi interessa sapere cosa fa una pastora sola in un alpeggio, una pastora giovane e sexy, quando viene aggredita da altri pastori folli e pieni di muscoli, non ve ne frega niente di sapere cosa ci fa la Madonnina del duomo di Milano, in giro per le strade della città, di notte, incazzata nera, o com’è possibile che un sanguinario essere nero sorto dall’immondizia, faccia fuori chi gli capita a tiro sodomizzandolo, be’, probabilmente il mio stile non fa per voi.
Come scrittore ho uno stile. Piaccia o meno ce l’ho. Qui di fianco potete ammirare le copertine delle mie prime tre pubblicazioni. Qualcuno può negare che ci sia un certo stile? Qui sotto invece (anche da parte in realtà) potete vedere la copertina della mia ultima fatica (il romanzo Prega il tuo dio, in offerta GRATUITA su Amazon). Insomma c’è una certa coerenza nelle quattro copertine, uno stile appunto.
martedì 12 maggio 2015
Game over
Il telefonino sta piano piano uccidendo il videogioco. Mi spiace ma è così. Lo odio, il telefonino, perchè non sai mai dove tenerlo, in tasca da fastidio, è duro, devi sempre guardare se t’hanno chiamato, non puoi dire che non c’eri, e poi ti fa venire il tumore. Sta cosa del tumore però valeva per i modelli di qualche anno fa. Adesso non ne parla più nessuno, del fatto del tumore, dev’essere perchè i nuovi modelli non sono più pericolosi, sì, dev’essere così. Altrimenti avrebbero fermato le vendite, non vi pare?
In più adesso odio il telefonino perchè sta uccidendo il videogioco, arte sottovalutata che amo da sempre.
È andata così.
Una volta c’erano i videogiochi. E facevano cagare. Erano delle schermate nere con qualche quadrettino colorato che si spostava e dei rumori tipo scherzo di carnevale.
Poi arrivò il Commodore 64 e tutti iniziarono a passare le ore davanti allo schermo che cambiava colore rischiando crisi epilettiche aspettando che si caricasse la cassetta.
Poi fu la luce. Il Sega Master System si stagliò a levante come il monolite di 2001 Odissea nello spazio, orizzontale però, e tutti iniziarono a pestare per terra con femori e scapole urlando all’impazzata. Una nuova era. L’alba del videogioco.
Per anni e anni i giochi si sono susseguiti uno meglio dell’altro, in qualche caso l’altro restava meglio dell’uno, devo dirlo per correttezza, e tutti i ragazzini hanno ammaccato i loro polpastrelli sui pad e si sono pinzati la pelle delle mani con le leve dei joystick. I mouse si sa, non procurano nessun tipo di lesione.
Un giorno però, dopo che la gloria delle consolle giapponesi era ormai scomparsa da tempo insieme al Sega Mega Drive, e il monopolio di nicchia era rimasto per anni nelle mani di Amiga e Pc, dando alla luce capolavori ineguagliabili, e anche qualche schifezza inguardabile, un secondo monolite sì profilò all’orizzonte. Grigio, questa volta. Altri femori e altre scapole furono fracassate in terra. L’alba dell'ultima era.
L’ascesa della più incisiva e totale tra le console della storia fu inarrestabile. La Play Station entrò in tutte le case, una scatoletta leggerina con uno sporlellino che faceva ridere, e, a parte all’inizio, economica.
Niente fu come prima.
Montagne di soldi iniziarono a crescere e le tasche si riempirono. Allora si fecero tasche sempre più grandi per montagne sempre più alte.
I giochi, piano piano, senza che nessuno se ne accorgesse iniziarono a diventare di più e più facili. Sempre di più, sempre più facili e sempre più uguali. Quando finalmente il monolite divenne verticale(opzionale) e nero, fatto come dio comanda, non ci fu più niente da fare. Le tasche divennero elastiche, così da potersi allargare a piacimento e in modo naturale, che cambiarle sempre era una rottura di palle, e le montagne sempre più alte.
In cambio però, il monolite nero e verticale(opzionale) diede anche tanta di quelle potenza da permette ad alcuni eroi di concepire giochi immensi e innovativi. Per un istante il mondo rimase così estasiato di fronte a una botte talmente piena e una moglie talmente ubriaca, che corse a comperare un telefonino. E da quel momento il mondo dei video giocatori fu come morto.
Il telefonino, subdolo, si infilò pian piano dentro le vite, vibrante e lampeggiante, preparando il terreno per la resa dei conti finale. Modificò il linguaggio. Modificò le scuse per i ritardi. Modificò i metodi d’approccio. Modificò l’ansia dei genitori. E diventò indispensabile.
Intanto il dominio monolitico Sony venne spaccato da un altro monolite, tendente al bianco-verde. I giochi raddoppiarono, e così le tasche da riempire e le montagne di soldi da alzare. Raddoppiò anche la facilità dei giochi, nel tentativo di racimolare anche l’ultima possibile categoria di fruitori: i non vedenti.
Poi, la fine. Lo smartphone. Gli smartphone iniziarono a luccicare, lucidi, piatti, sottili. I telefonini diventarono di colpo talmente brutti e poco alla moda che si ruppero o gli si esaurì la batteria. All’inizio tutti gli smartphone mostravano sullo schermo piatto ad alta definizione solo una spirale bianca e nera in rotazione. Dopo iniziò la pioggia. Dal cielo caddero milioni di giochini idioti e talmente senza senso che anche cani e gatti vollero uno smartphone per provarli con le loro zampe. Continuarono a cadere, ininterrottamente, e, colpo di grazia, gratis, oppure a 0,99.
Come mosconi che si sollevano dagli escrementi al passaggio, tutti i videogiocatori volarono via, sotto la pioggia, tenendo i loro smartpohone come secchi, raccogliendo più roba possibile.
Tutto il resto collassò. E cari miei, ciao ciao videogame.
martedì 5 maggio 2015
Il prezzo del libro
Non è di certo una novità, ma ogni tanto capita di riflettere su qualcosa che si ha sempre davanti agli occhi e che proprio per questo diventa accettabile per definizione. I libri costano cari. Molto cari. Troppo.
Ci si lamenta che la gente legge poco (vero), che l’editoria è in crisi (vero), che è colpa dei social network (vero), che le nuove generazioni non hanno voglia di faticare (vero), che la proposta editoriale è sempre più piatta (vero), che Amazon ammazza la cultura (falso), che il self publishing è dannoso (falso), ma avete presente cosa costa un libro?
Che cosa vuol dire leggere, nel senso in cui si intende quando si dice che la gente non legge? Vuol dire essere attirati da un libro, per qualsiasi motivo, aprirlo, iniziare a leggerlo, appassionarcisi, finirlo, cercarne un altro, appassionarsi anche a quello, passare ancora a un altro, cercarne di simili, leggerli e così via. Quanto si spende a fare tutto questo? Una barca di soldi.
Il problema del costo del libro non è più un problema morale, è diventato un problema pratico. Semplicemente per molti non è più possibile comperarsi tutti i libri che vorrebbero leggere. Per me è così.
Certo, leggere un Oscar Mondadori al mese è ancora possibile per molte persone, ma per un lettore più esigente, che magari gli Oscar, otto/novecento, li ha già letti praticamente tutti, che quando gira per le librerie guarda con un misto di gioia e nostalgia le copertine di quei capolavori, desideroso di rivivere l’emozione di un acquisto come quello, fatto anni prima, la situazione è più complicata.
Leggere autori che piacciono porta a conoscerne altri, che si vogliono scoprire, che magari non ci sono in edizione economica, che magari sono fuori catalogo e vanno presi usati. Quando si innesca il meccanismo di ricerca/scoperta è difficile fermarlo. E se si segue la direzione giusta la lettura diventa ancora più vorace, si corre, si vuole leggere sempre di più.
Fare questo, che credo sia la vera strada del lettore, costa un patrimonio.
Le prime edizioni in brossura di libri in uscita hanno prezzi vergognosi. Se uno non è miliardario con due o tre di quelli s’è giocato il budget mensile. I tascabili costano meno, ma se sono prime uscite mica poi tanto. Media e piccola editoria sfornano romanzi d’autori sconosciuti a prezzi imbarazzanti. Spesso mi avventuro nel limbo di questa editoria, e il risultato è sempre simile: un libro magari buono, che si legge in qualche ora, alla modica cifra di sedici euro. Ma sì, dai, cosa sono duecento al mese?
Gli ebook, dal punto di vista economico, sono una presa per il culo. Oh, l’ho detto. Col il mio bel Kindle sarei felicissimo di leggerne a bizzeffe, se costassero quello che valgono. E invece devo stare attento anche lì. La versione cartacea costa talmente cara che la versione digitale può permettersi di costare come, se non di più, un tascabile. A parte qualche rara offerta, i prezzi sono sempre molto alti, e va bene che a contare è la storia, ma un ebook e resta sempre un banale file, con tutte le carenze di fascino che sappiamo, che non si può rivendere, e tra l’altro, tra un po’ di anni chi mi garantisce funzioni ancora? Chi mi garantisce che l’e-reader del momento leggerà ancora il mio vecchio file?
Alla presa per il culo contribuisce anche il fatto che gli editori non sfruttano le potenzialità del digitale. Centinaia di titoli dimenticati, centinaia di autori dimenticati, che sarebbe possibile far ritornare in versione digitale senza grosse spese. Questo viene fatto? No. L’ebook esiste solo come alternativa ad un titolo già presente in cartaceo o come nuova uscita.
Si può ripiegare sui libri usati, di solito venduti a metà prezzo, ed è scandaloso come mi senta quando trovo magari il titolo che cercavo a nove/dieci euro, perchè nuovo costava diciotto/venti, più spese di spedizione. Già, perchè ci sono le spese di spedizione. Se i grandi store online le omettono, non vendono però roba usata direttamente, così che si compra sempre da rivenditori minori che invece non possono affatto omettere.
Si può leggere autori auto pubblicati, a prezzi per una volta veramente bassi, ma, anche se la roba buona c’è, non è tantissima, bisogna cercare, provare, e poi si finisce sempre per scoprire qualche autore pazzesco che ha ispirato qualcuno, e per quello i soldi bisogna cacciarli fuori.
Una cosa molto brutta è dover indirizzare le proprie letture verso i prezzi più bassi. Sempre più spesso mi capita di dover rinunciare a leggere qualcosa perchè troppo cara, così da dover rimandare, dover deviare su altro, che non è quello che sentivo di volere. Brutto, molto brutto.
Non c’è molto da fare, se anche in una situazione come quella attuale, di carenza di lettori e di vendite, gli editori tengono i prezzi tanto alti, di speranza ne vedo poca. L’unica resta rileggere sempre più spesso libri già letti, magari molto tempo fa. Di sicuro quelli sono belli e sono gratis.
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