mercoledì 20 maggio 2015

Ho uno stile




Come scrittore ho uno stile. Piaccia o meno ce l’ho. Qui di fianco potete ammirare le copertine delle mie prime tre pubblicazioni. Qualcuno può negare che ci sia un certo stile?  Qui sotto invece (anche da parte in realtà) potete vedere la copertina della mia ultima fatica (il romanzo Prega il tuo dio, in offerta GRATUITA su Amazon). Insomma c’è una certa coerenza nelle quattro copertine, uno stile appunto. 


Anche le storie che scrivo hanno tutte un certo stile. 
Prima di tutto sono storie fantastiche, nel senso che strabordano sempre dalla realtà. Poi non mi piace ingabbiarle in un genere specifico, anche perchè, ad essere sincero, non saprei in quale. Certo, nello store sono classificate come horror, thriller, avventura, roba così, ma mi vanto del fatto che nessuna di queste categorie rispecchi la vera identità delle mie storie.
Sono storie scritte per intrattenere, divertire, di sicuro non sono scritte per insegnare qualcosa. Nelle mie storie non c’è spazio per paroloni, gente che parla come i foglietti illustrativi delle medicine oppure che si “corica”, personaggi che si svegliano di “soprassalto”, cuori che hanno “sussulti” e neanche pignolerie varie. Nelle mie storie ci sono le storie. Questo è il mio stile.  
Certo poi, se non vi interessa sapere cosa fa una pastora sola in un alpeggio, una pastora giovane e sexy, quando viene aggredita da altri pastori folli e pieni di muscoli, non ve ne frega niente di sapere cosa ci fa la Madonnina del duomo di Milano, in giro per le strade della città, di notte, incazzata nera, o com’è possibile che un sanguinario essere nero sorto dall’immondizia, faccia fuori chi gli capita a tiro sodomizzandolo, be’, probabilmente il mio stile non fa per voi. 

martedì 12 maggio 2015

Game over




Il telefonino sta piano piano uccidendo il videogioco. Mi spiace ma è così. Lo odio, il telefonino, perchè non sai mai dove tenerlo, in tasca da fastidio, è duro, devi sempre guardare se t’hanno chiamato, non puoi dire che non c’eri, e poi ti fa venire il tumore. Sta cosa del tumore però valeva per i modelli di qualche anno fa. Adesso non ne parla più nessuno, del fatto del tumore, dev’essere perchè i nuovi modelli non sono più pericolosi, sì, dev’essere così. Altrimenti avrebbero fermato le vendite, non vi pare? 

In più adesso odio il telefonino perchè sta uccidendo il videogioco, arte sottovalutata che amo da sempre.
È andata così.
Una volta c’erano i videogiochi. E facevano cagare. Erano delle schermate nere con qualche quadrettino colorato che si spostava e dei rumori tipo scherzo di carnevale. 
Poi arrivò il Commodore 64 e tutti iniziarono a passare le ore davanti allo schermo che cambiava colore rischiando crisi epilettiche aspettando che si caricasse la cassetta.
Poi fu la luce. Il Sega Master System si stagliò a levante come il monolite di 2001 Odissea nello spazio, orizzontale però, e tutti iniziarono a pestare per terra con femori e scapole urlando all’impazzata. Una nuova era. L’alba del videogioco. 
Per anni e anni i giochi si sono susseguiti uno meglio dell’altro, in qualche caso l’altro restava meglio dell’uno, devo dirlo per correttezza, e tutti i ragazzini hanno ammaccato i loro polpastrelli sui pad e si sono pinzati la pelle delle mani con le leve dei joystick. I mouse si sa, non procurano nessun tipo di lesione. 
Un giorno però, dopo che la gloria delle consolle giapponesi era ormai scomparsa da tempo insieme al Sega Mega Drive, e il monopolio di nicchia era rimasto per anni nelle mani di Amiga e Pc, dando alla luce capolavori ineguagliabili, e anche qualche schifezza inguardabile, un secondo monolite sì profilò all’orizzonte. Grigio, questa volta. Altri femori e altre scapole furono fracassate in terra. L’alba dell'ultima era.  
L’ascesa della più incisiva e totale tra le console della storia fu inarrestabile. La Play Station entrò in tutte le case, una scatoletta leggerina con uno sporlellino che faceva ridere, e, a parte all’inizio, economica. 
Niente fu come prima. 
Montagne di soldi iniziarono a crescere e le tasche si riempirono. Allora si fecero tasche sempre più grandi per montagne sempre più alte. 
I giochi, piano piano, senza che nessuno se ne accorgesse iniziarono a diventare di più e più facili. Sempre di più, sempre più facili e sempre più uguali. Quando finalmente il monolite divenne verticale(opzionale) e nero, fatto come dio comanda, non ci fu più niente da fare. Le tasche divennero elastiche, così da potersi allargare a piacimento e in modo naturale, che cambiarle sempre era una rottura di palle, e le montagne sempre più alte. 
In cambio però, il monolite nero e verticale(opzionale) diede anche tanta di quelle potenza da permette ad alcuni eroi di concepire giochi immensi e innovativi. Per un istante il mondo rimase così estasiato di fronte a una botte talmente piena e una moglie talmente ubriaca, che corse a comperare un telefonino. E da quel momento il mondo dei video giocatori fu come morto.
Il telefonino, subdolo, si infilò pian piano dentro le vite, vibrante e lampeggiante, preparando il terreno per la resa dei conti finale. Modificò il linguaggio. Modificò le scuse per i ritardi. Modificò i metodi d’approccio. Modificò l’ansia dei genitori. E diventò indispensabile. 
Intanto il dominio monolitico Sony venne spaccato da un altro monolite, tendente al bianco-verde. I giochi raddoppiarono, e così le tasche da riempire e le montagne di soldi da alzare. Raddoppiò anche la facilità dei giochi, nel tentativo di racimolare anche l’ultima possibile categoria di fruitori: i non vedenti. 
Poi, la fine. Lo smartphone. Gli smartphone iniziarono a luccicare, lucidi, piatti, sottili. I telefonini diventarono di colpo talmente brutti e poco alla moda che si ruppero o gli si esaurì la batteria. All’inizio tutti gli smartphone mostravano sullo schermo piatto ad alta definizione solo una spirale bianca e nera in rotazione. Dopo iniziò la pioggia. Dal cielo caddero milioni di giochini idioti e talmente senza senso che anche cani e gatti vollero uno smartphone per provarli con le loro zampe. Continuarono a cadere, ininterrottamente, e, colpo di grazia, gratis, oppure a 0,99. 
Come mosconi che si sollevano dagli escrementi al passaggio, tutti i videogiocatori volarono via, sotto la pioggia, tenendo i loro smartpohone come secchi, raccogliendo più roba possibile. 
Tutto il resto collassò.  E cari miei, ciao ciao videogame.
    



martedì 5 maggio 2015

Il prezzo del libro



Non è di certo una novità, ma ogni tanto capita di riflettere su qualcosa che si ha sempre davanti agli occhi e che proprio per questo diventa accettabile per definizione. I libri costano cari. Molto cari. Troppo. 
Ci si lamenta che la gente legge poco (vero), che l’editoria è in crisi (vero), che è colpa dei social network (vero), che le nuove generazioni non hanno voglia di faticare (vero), che la proposta editoriale è sempre più piatta (vero), che Amazon ammazza la cultura (falso), che il self publishing è dannoso (falso), ma avete presente cosa costa un libro?
Che cosa vuol dire leggere, nel senso in cui si intende quando si dice che la gente non legge? Vuol dire essere attirati da un libro, per qualsiasi motivo, aprirlo, iniziare a leggerlo, appassionarcisi, finirlo, cercarne un altro, appassionarsi anche  a quello, passare ancora a un altro, cercarne di simili, leggerli e così via. Quanto si spende a fare tutto questo? Una barca di soldi.
Il problema del costo del libro non è più un problema morale, è diventato un problema pratico. Semplicemente per molti non è più possibile comperarsi tutti i libri che vorrebbero leggere. Per me è così. 
Certo, leggere un Oscar Mondadori al mese è ancora possibile per molte persone, ma per un lettore più esigente, che magari gli Oscar, otto/novecento, li ha già letti praticamente tutti, che quando gira per le librerie guarda con un misto di gioia e nostalgia le copertine di quei capolavori, desideroso di rivivere l’emozione di un acquisto come quello, fatto anni prima, la situazione è più complicata. 
Leggere autori che piacciono porta a conoscerne altri, che si vogliono scoprire, che magari non ci sono in edizione economica, che magari sono fuori catalogo e vanno presi usati. Quando si innesca il meccanismo di ricerca/scoperta è difficile fermarlo. E se si segue la direzione giusta la lettura diventa ancora più vorace, si corre, si vuole leggere sempre di più. 
Fare questo, che credo sia la vera strada del lettore, costa un patrimonio. 
Le prime edizioni in brossura di libri in uscita hanno prezzi vergognosi. Se uno non è miliardario con due o tre di quelli s’è giocato il budget mensile. I tascabili costano meno, ma se sono prime uscite mica poi tanto. Media e piccola editoria sfornano romanzi d’autori sconosciuti a prezzi imbarazzanti. Spesso mi avventuro nel limbo di questa editoria,  e il risultato è sempre simile: un libro magari buono, che si legge in qualche ora, alla modica cifra di sedici euro. Ma sì, dai, cosa sono duecento al mese? 
Gli ebook, dal punto di vista economico, sono una presa per il culo. Oh, l’ho detto. Col il mio bel Kindle sarei felicissimo di leggerne a bizzeffe, se costassero quello che valgono. E invece devo stare attento anche lì. La versione cartacea costa talmente cara che la versione digitale può permettersi di costare come, se non di più, un tascabile. A parte qualche rara offerta, i prezzi sono sempre molto alti, e va bene che a contare è la storia, ma un ebook e resta sempre un banale file, con tutte le carenze di fascino che sappiamo, che non si può rivendere, e tra l’altro, tra un po’ di anni chi mi garantisce funzioni ancora? Chi mi garantisce che l’e-reader del momento leggerà ancora il mio vecchio file?  
Alla presa per il culo contribuisce anche il fatto che gli editori non sfruttano le potenzialità del digitale. Centinaia di titoli dimenticati, centinaia di autori dimenticati, che sarebbe possibile far ritornare in versione digitale senza grosse spese. Questo viene fatto? No. L’ebook esiste solo come alternativa ad un titolo già presente in cartaceo o come nuova uscita. 
Si può ripiegare sui libri usati, di solito venduti a metà prezzo, ed è scandaloso come mi senta quando trovo magari il titolo che cercavo a nove/dieci euro, perchè nuovo costava diciotto/venti, più spese di spedizione. Già, perchè ci sono le spese di spedizione. Se i grandi store online le omettono, non vendono però roba usata direttamente, così che si compra sempre da rivenditori minori che invece non possono affatto omettere. 
Si può leggere autori auto pubblicati, a prezzi per una volta veramente bassi, ma, anche se la roba buona c’è, non è tantissima, bisogna cercare, provare, e poi si finisce sempre per scoprire qualche autore pazzesco che ha ispirato qualcuno, e per quello i soldi bisogna cacciarli fuori.
Una cosa molto brutta è dover indirizzare le proprie letture verso i prezzi più bassi. Sempre più spesso mi capita di dover rinunciare a leggere qualcosa perchè troppo cara, così da dover rimandare, dover deviare su altro, che non è quello che sentivo di volere. Brutto, molto brutto.
Non c’è molto da fare, se anche in una situazione come quella attuale, di carenza di lettori e di vendite, gli editori tengono i prezzi tanto alti, di speranza ne vedo poca. L’unica resta rileggere sempre più spesso libri già letti, magari molto tempo fa. Di sicuro quelli sono belli e sono gratis. 

martedì 28 aprile 2015

Il buco nero del thriller


Attivando le promozioni del KDP di Amazon mi sono reso conto di come il genere a cui una storia appartiene può influenzare i download. Sai che scoperta, be’, ho voluto ragionarci su.
Nelle vecchie librerie, quelle dove si andava una volta, dove si poteva prendere in mano i libri e sfogliarli, dove il commesso ti guardava male...cosa? Ci sono ancora? E addirittura c’è ancora gente che le usa? Incredibile...dicevo, nelle librerie tradizionali sopra gli scaffali campeggiano i cartelli dei vari generi. Grazie a questi cartelli uno può orientarsi meglio e cercare con più facilità il libro che preferisce. Più la libreria è piccola, più le divisioni sono grossolane. Più la libreria è grossa più le divisioni sono sottili. Anche in un mega store mastodontico tuttavia, i generi sono suddivisi in modo strano. C’è una letteratura che ipotizzo i gestori considerino “seria” o “impegnata” la quale viene raggruppata tutta insieme in un macro-genere di solito definito “narrativa”. Qui dentro c’è di tutto, basta che sia una roba riconosciuta dalla critica-massa come seria/impegnata. Troviamo infatti 1984, Il nome della rosa, Dracula e I Malavoglia tutti mescolati insieme. Poi ci sono le sezioni dedicate ai generi. Thriller, giallo, fantasy, horror e fantascienza. A volte si trova anche rosa, oltre non si va mai. Questi sono i generi. Perfetto. Guardando l’ampiezza dell’area di scaffale riservata ad ogni genere si capisce che il thriller domina senza scampo, mentre gli altri tutti insieme stanno sulla parte rimanente dello scaffale. Come mai succede questo? Ovvio, perchè il thriller vende di più, è il genere più ricercato e quindi c’è più offerta. Questo invece, perchè succede? Be’. È molto meno ovvio, anzi, è quasi un mistero. Per capirlo si dovrebbe prima stabilire se l'attrazione del thriller è dovuta al thriller vero e proprio o alla massa informe di sotto e sopra generi che ingloba. Io credo che più o meno il successo del thriller sia dovuto al thriller vero e proprio, e non all’inglobamento, che s’è verificato nel tempo per questioni commerciali. La struttura del thriller, concepita per trascinare il lettore, ha il suo peso, la verosimiglianza, la pseudo realisticità degli eventi, anche. A mio parere il thriller è il genere meno “profondo” tra quelli esclusi dalla narrativa seria. Non ne vado matto, anche se lo leggo, credo che oramai siano fatti tutti con lo stampo e che non s’addentrino troppo poco nell’essere umano. Forse la sua superficialità dipende proprio dall’eccessiva inflazione che ha subito negli anni. È evidente che quando un genere tira così tanto e così a lungo si annacqui, si diluisca, e ciò ha contribuito a farlo diventare il genere di riferimento per lo svago. 
Su Amazon come siamo messi? Esattamente allo stesso modo. Amazon riproduce la classica divisione delle librerie tradizionali, forse con un dettaglio leggermente maggiore, ma comunque non come ci si potrebbe aspettare da uno store online che non ha problemi di gestione dello spazio. È strano come, quando si pubblica un ebook, si possa scegliere tra un sacco di sotto categorie che poi non compaiono più durante la navigazione normale nel catalogo. Mah.
Anche qui il thriller domina. 
Di recente ho attivato la promozione gratuita del mio ebook La Madunina, per due giorni. Delle cose che ho pubblicato finora questa è l’unica che ho inserito anche nella categoria thriller. Rispetto alle altre promozioni attivate in precedenza su altri titoli, storie di genere horror o azione/avventura, ha ottenuto molti più download, e con molta meno spinta da parte mia (segnalazione su due o tre gruppi google e basta). L’essere rimasto per due giorni nelle prime posizioni della categoria thriller ha dato molta più visibilità all’ebook, proprio perchè lì ci gira più gente. Molti potranno ritenere questa cosa una banalità, una cosa ovvia, e lo è, ma si tira dietro dell’altro. La Madunina non è una storia thriller nel senso classico del termine, anzi, è molte cose,(fanta-horror, pulp, azione, distopia pure) ma thriller lo è proprio per un  pelo. Tuttavia, inserendola lì, ha ottenuto benefici. Che cosa mai mi impedirà in futuro di “piegare” il genere di appartenenza delle mie storie per farle rientrare nella categoria thriller? Se farlo mi da benefici? E perchè non ne dovrebbero approfittare anche tutti gli altri, editori compresi? Tutto questo comporterà una sempre maggior confusione del genere, il quale finirà col fagocitare tutto, tipo buco nero.
La conseguenza sarà sempre maggior diffidenza negli altri generi? I quali diventeranno sempre più di nicchia e calpestati da tutti? Oppure alla lunga gli darà maggior prestigio e risalto, o anche solo dignità? 
Le divisioni in genere è importante che siano chiare e fatte bene, altrimenti creano solo confusione e sono dannose. Non vado matto per queste divisioni, anzi, credo che il massimo sarebbe la loro scomparsa. Visto che una divisione fatta bene pare impossibile, allora sarebbe meglio eliminarla del tutto. Una storia è una storia. È bella, è brutta. Ci piace, non ci piace. Il resto conta così tanto?

martedì 21 aprile 2015

Tre grandi misteri di Quentin Tarantino



Un regista grandioso, il più influente degli ultimi anni, fantasioso, estremo, creatore meraviglioso di dialoghi, ovviamente con i suoi grandi misteri. 



Cosa mi combini Bud?


Il primo mistero riguarda il film Kill Bill, che considero da sempre un unico film, almeno dal punto di vista narrativo. 
Il mistero è l’atteggiamento di Bud nei confronti del suo datore di lavoro Larry. Proprio non si può capire. 
Bud è un assassino spietato, un killer, abile ed esperto almeno quanto gli altri elementi della squadra Vipere mortali di cui fa parte. Per motivi sconosciuti la squadra s’è sciolta e ogni membro s’è fatto una vita propria. Bud è finito a vivere come un disperato in una roulotte scassata in mezzo al deserto. Prima lavorava in un autolavaggio, dove gli permettevano di arrivare in ritardo e ora lavora come buttafuori nello streap bar di Larry. Già queste sono cose strane. Il motivo per cui uno che giri per il mondo ammazzando persone e guadagnando grosse somme di denaro vada a finire in una roulotte schifosa non è molto chiaro, tuttavia si può accettare, la vita è strana. Ma come possa, un uomo del genere, sopportare certi insulti e maltrattamenti da un pappone qualsiasi, no, non si accetta. Bud, nonostante il physique du role non ci sia per niente e non ci sono elementi espliciti che lo facciano capire, deve essere un maestro di arti marziali, deve aver portato su e giù i secchi sulle gradinate del tempio di Pai Mei, sfondato tavole di legno a cazzotti e mangiato riso scotto e scondito. Deve saper maneggiare la spada di Hattori Hanzo che a differenza di quanto afferma s’è guardato bene dall’impegnare. Forse prima era più atletico, chissà, ora è un panzone, ma dovrebbe pur sempre essere una macchina da guerra, uno che è meglio non far incazzare, le tette di Beatrix, grandi e belle, ne sanno qualcosa. E invece? Accetta le angherie del datore di lavoro, si toglie quel cazzo di cappello, pulisce cessi pieni di acqua e merda da tutte le parti, subisce tutto abbassando la testa come uno scolaro con la coda di paglia. Com’è possibile? Cosa c’è dietro? Non lo so, non ho nemmeno un ipotesi che stia in piedi. Insomma, Bud mi pare proprio uno che se riceve un favore questo non significa che dev’essere trattato di merda, altrimenti può infilarselo nel culo il suo favore. I maltrattamenti di Larry mi sembrano ben superiori a qualcuno che ti abbaia addosso gli ordini. Ma niente, Bud subisce tutto in silenzio.


Il carnevale di Quentin


Il secondo mistero riguarda il film Django, e riguarda proprio la piccola interpretazione di Tarantino nella parte finale della storia. Jamie Foxx viene scortato da tre pistoleri disgraziati verso la miniera nella quale dovrà passare il resto della sua breve schifosissima vita a spaccare pietre. Uno dei tre pistoleri è Tarantino. Già da qualche anno il nostro Quentin non è più il ragazzo simpatico e spudorato, alto e magrolino, Jimmy insomma, che compera roba costosa, non cagate come Bonnie, bensì è pian piano diventato sempre più simile al Richie trasformato in vampiro al Titty Twister. Bolso, goffo, con una testa piuttosto grossa, diciamo che gli è successo esattamente quello che succede al vino. E cosa c’è di male? Assolutamente niente, tutti invecchiamo, cosa ce ne frega. 
Il pistolero interpretato da Tarantino quindi è un omone barcollante che ricorda lo Zio Zeb ma senza le frange. Il mistero sta proprio qui: come cazzo dobbiamo prendere questa interpretazione? 
Partiamo dall’abbigliamento. In seconda elementare, mi ricordo benissimo, per carnevale mi sono travestito da cow-boy: cinturone di cartone con fondina e cartucciera con tanto di proiettili di metallo, pistola a petardi, gilet di pelle, camicia a quadri, cappello di cartone ricoperto di stoffa. Mi ricordo perfino che raggiunta la piazza del paese al seguito della fila di carri colorati salutai mia zia che era sul balcone di casa sua, con una bella raffica di pistolettate. Ecco, come cow-boy ero molto più bello e credibile io che Tarantino in Django. Com’è vestito? Chi gli ha procurato quella roba che ha addosso? Stiamo parlando di un regista che ha fatto della cura maniacale nei dettagli uno degli elementi del suo successo. Questa cura è visibile in tutti i fotogrammi di tutta la sua filmografia. Questo pistolero invece non si può proprio guardare. Vestiti nuovi, rigidi, lindi, privi di qualsiasi caratterizzazione, faccia fissa, sguardo perso, come se aspettasse l’imbecco per la battuta. Infatti non c’è solo la faccenda dell’abbigliamento, anche la recitazione è così così. Nessuna battuta, poca dinamicità, poca presenza. Insomma, di solito le sua piccole apparizioni lasciano il segno, sono piccole perle. Conoscendo la sua attenzione potrebbe essere perfino una cosa voluta. Per qualche ragione ha voluto dare questo taglio scandente al personaggio, rendendolo quasi una patacca, un pagliaccio. L’abbigliamento è particolare in tutto il film. A parte rare eccezioni siamo di fronte a una sfilata di capi perfetti e sgargianti anche quando non dovrebbero esserlo. Perfino le coperte schifose e puzzolenti che si tolgono dalle spalle gli schiavi sono sgargianti. Siamo lontani chilometri dalla polvere di Sergio Leone. È una scelta, che s’abbina alla fotografia, portata avanti per tutta la pellicola, ma il pistolero va oltre questa scelta. Per me resta indecifrabile. L’umanità di Jimmy, con la sua vestaglia e quel sorriso, o la freschezza di Mr Brown, o il barzellettiere desperado. Qui abbiamo di fronte un pupazzo interdetto, che non so proprio come prendere.


Dove cazzo va Marsellus?


Il terzo mistero è presente nel grande film capolavoro: Pulp Fiction. 
Butch se ne sta tornando tutto contento al motel per recuperare Fabien, la sua odiosetta compagna. Ne ha combinate di tutti i colori, una cazzata dietro l’altra, e ancora ne deve combinare. E chi ti incontra al semaforo? Marsellus Wallace. E qui il grande mistero è proprio quello riassunto nel titoletto qui sopra. Dove cazzo va Marsellus? Cosa ci fa a piedi in giro per il paese? Con in mano roba da mangiare, probabilmente una torta e due bicchieri di caffè? 
Allora, Marsellus è miliardario. Vive in una villa enorme a Hollywood con piscina e un impianto di video sicurezza che non hanno nemmeno le banche di Zurigo. È un boss della malavita di Los Angeles, proprietario di locali notturni, controlla giri di droga, combina incontri di pugilato, ha uomini in tutto il mondo, perfino in Indocina. Cosa cazzo ci fa a piedi per strada a un semaforo pedonale uno così? Con in mano una torta e due bicchieri di caffè?
È vero, stiamo parlando di un film iperbolico, iperrealistico, l’eccesso è parte fondamentale della storia e del modo in cui viene raccontata, ma questo non è un eccesso, non è una siringa dritta nel cuore attraverso lo sterno, è più una assurdità al ribasso, un iperbole al contrario, e non un eufemismo, attenzione, ma una forzatura alla banalità, assente nel resto del film. 
Perchè mai Marcellus dovrebbe andare a comperare da mangiare da solo, a piedi, tra l’altro in un quartiere periferico e squallido che non è di certo il suo. Qui ci vive gente qualunque, a pochi metri da dove viene investito c’è un negozio di roba usata. Insomma, sapete chi è Marsellus Wallace? Se questa muore io divento concime per le piante. 
Questo terzo mistero è il più grande. È un mistero completamente narrativo e interno alla storia, come il primo,  che potrebbe però essere risolto da fuori. Tarantino non sapeva come fare per far incontrare Marsellus e Butch dopo il tradimento di quest’ultimo all’incontro combinato, e ha pensato di fare così. Semplice. Peccato che non è da lui, assolutamente. Crea incastri pazzeschi per tutto il film, la solita attenzione maniacale per i dettagli, la perfezione d’insieme, non può aver fatto uno scivolone del genere. Perciò non può essere considerato uno scivolone. Resta allora il mistero, irrisolvibile, di cove cazzo va Marsellus. 

martedì 14 aprile 2015

Il Kindle da un certo punto di vista



Dopo un anno abbondante di utilizzo più o meno intensivo del Kindle, mi sento in grado di dare finalmente un giudizio. È un oggetto esteticamente contraddittorio. Questo di sicuro. Bello e dal sapore tecnologico, con quei tastini un po’ storti e traballanti, o durissimi, lucido e pieno di ditate. Se non fosse per la parte leggermente gommosa sul retro, se fosse stato di plastica dura e liscia anche lì, sarebbe apparso come una cineseria della peggior specie. Invece, grazie alla gommatura e ancora di più al marchio impressoci sopra, l’oggetto acquista una dignità avveniristica.La lettura è riposante, gli occhi non si affaticano per niente, tale e quale leggere sulla carta. Ha anche un suo odorino particolare, alla faccia di quelli che la menano con la storia  del libro tradizionale. Il libro tradizionale ha un buon odore, buonissimo, sono d’accordo, ma anche il Kindle ne ha uno, meno affascinante magari, ma ce l’ha. L’unico difetto forse è che questo buon odorino ce l’ha da nuovo e pian piano svanisce. Non so pensare a nulla di più comodo che scaricare un libro direttamente dal divano di casa.  Già l’acquisto del libro tradizionale dagli store online è stata una rivoluzione, dal punto di vista della comodità, e dei prezzi anche, ma scaricare il libro così, in due secondi, è una cosa che crea quasi dipendenza. Infatti alcuni hanno questa dipendenza.Leggere sul Kindle è anche frustrante. Non sapere mai esattamente quanto manca alla fine di un capitolo mi mette addosso una vera e propria angoscia. C’è sì quella barretta sottile dove sono segnati i capitoli con dei minuscoli trattini, ma non è sufficiente. In base alla lunghezza del testo cambia la velocità d’avanzamento della barretta. Non c’è modo di sapere quando finirà il capitolo, se non proprio verso la fine dello stesso, quando ormai non serve più saperlo. Questa è una cosa che mi infastidisce. Alcuni testi poi, non hanno nemmeno i trattini d’interruzione, così uno si trova di fronte ad un blocco compatto, impenetrabile, con la quale dovrà fare i conti. In certe situazioni provo un leggero senso di nausea, come quando si legge in macchina, o sul pullman. Il fatto che in continuazione penso a quanto possa mancare alla fine di un capitolo, mi suscita il senso di nausea che rovina in parte la lettura. Niente di grave, solo una leggera sensazione. Le copertine tanto utili sullo store, tanto meravigliose sui bestseller cartonati, qui fanno proprio una magra figura. Infatti di default il libro parte già avanti alla copertina, tralasciandola come inutile. Infatti è inutile. Non si vede bene, è scura, con i puntini, non ha praticamente scopo. Posso anche accettare questa cosa, perchè a ben vedere il Kindle non è il libro, il Kindle contiene il libro, e basta. È come un televisore che fa vedere libri.  Questa è una svolta epocale. Una televisione che fa vedere libri. La svolta è solo apparente però, perchè anche il libro normale alla fine era un contenitore. Un contenitore che conteneva un libro solo, racchiuso tra le sue pagine di carta. La carica del Kindle dura un sacco di tempo, tanto che quando poi si scarica lo fa di colpo e ti lascia lì, fregato. Grazie al Kindle ho scoperto molti autori validi, e qualcuno non tanto valido. Credo che sia l’ideale per il mordi e fuggi, letteratura d’intrattenimento e svago, veloce, da pochi euro. Non leggerei mai I Miserabili, anche se è gratis, sul Kindle, perchè sarei ossessionato dalla barretta inchiodata sempre sulla stessa percentuale di progresso.Magari il Kindle, a qualcuno, potrebbe dare un iniziale stimolo alla lettura, quel pizzico di voglia, che prima mancava sempre, di mettersi a leggere. La tecnologia ha un forte fascino, che potrebbe anche far superare lo scoglio iniziale che si pone di fronte al lettore inesperto o addirittura al non-lettore. Una volta, in treno, avevo di fronte una ragazza che voleva attaccar bottone a tutti i costi. Dopo esser riuscita a rompere la mia barriera di resistenza, iniziata la conversazione mi ha detto: “ti piace leggere eh? anche a me piacerebbe tanto leggere, solo che non ho mai tempo”. 



mercoledì 8 aprile 2015

Linee guida per le recensioni su Amazon e compagnia bella




Le recensioni sono importanti. Sono uno dei pochi elementi che fanno prendere la decisione di acquistare un articolo, in questo caso un libro. Quando si ha voglia di leggere qualcosa di nuovo si va sullo store, si cerca, e una volta fatta una scrematura di genere o di qualche altro tipo, cosa si fa? Be’, gli elementi che colpiscono per primi e in modo più superficiale sono titolo e copertina. Spesso m’è capitato di leggere libri incuriosito soltanto da questi due elementi. Qualche volta m’è andata bene, qualche volta no. La prima impressione superficiale data da titolo e copertina ha una grossa importanza, come ho spiegato in questo post, perchè molte persone, non è una critica ma una semplice constatazione visto che non c’è niente di male e lo facciamo tutti chi più e chi meno, non si soffermano troppo sulle cose. Dopo titolo e copertina viene la sinossi. Per vedere di cosa parla il libro con quella copertina così accattivante e il titolo tanto azzeccato leggiamo la sinossi. La sinossi certe volte aumenta la nostra curiosità, altre in vece l’ammazza, rivelando che copertina e titolo sono si interessanti ma che non centrano proprio nulla con il contenuto. Nel primo caso si passa, almeno io lo faccio sempre, a controllare le recensioni. Ed è questo terzo elemento, dopo titolo/copertina e sinossi che ci fa prendere la decisione definitiva. Ci vuole un minimo d’esperienza, che tutti sviluppiamo in poco tempo, per raccapezzarsi in mezzo alle recensioni. Se il libro in questione è famoso e di successo, avrà decine o centinaia di recensioni, tutte autentiche, nel senso che sono fatte da persone qualsiasi che hanno letto il libro e hanno commentato come credevano. In questo caso basta leggerne qualcuna molto positiva e qualcuna negativa per capire che elementi abbiano esaltato gli autori delle prime e infastidito quelli delle seconde. Se si tratta di un libro sconosciuto, di editore sconosciuto, o addirittura di libro auto prodotto, allora le recensioni probabilmente non saranno tutte autentiche. Anche qui, non è difficile individuare quelle troppo entusiastiche e frettolose o quelle drastiche come se l’ebook l’avesse sritto uno scimmione. 
E quando invece la recensione bisogna scriverla? 
Prima di tutto è importante scriverla, e se il libro letto è un bestseller va bene più o meno scrivere qualsiasi cosa. Se invece è un libro di autore emergente/self/sconosciuto, è giusto secondo me seguire alcune linee.
Queste.
Mai cinque stelle. Le recensioni a cinque stelle ormai, grazie all’uso sballato che se ne è fatto, puzzano talmente di marcio che l’odore esce dalle casse del computer. Meglio quattro, che è comunque una valutazione molto elevata, per poi al limite sperticarsi in elogi nel testo. 
Nel caso ci si spertichi in elogi, farlo sempre con un minimo di ritegno. Il ritegno è importante, in tutte le situazioni, e anche mentre si scrive una recensione. Il libro appena letto non può essere un capolavoro come Delitto e castigo o Notte al drive-in.
Non invogliare il lettore a comperare il libro in modo diretto, farebbe puzzare la recensione ancora di più che le cinque stelle. Se la recensione è sincera e parla bene del libro chiunque capirà che sarebbe un acquisto interessante, almeno secondo chi ha scritto la recensione.
No recensioni di trenta/quaranta righe. Credo non le leggerà mai nessuno.
No stroncature. Le stroncature, quelle spietate, sono giustificate solo in un caso: la presa per il culo. Se il libro fa schifo, è noioso, illeggibile a livelli estremi, si può semplicemente non recensirlo, oppure farlo dando una valutazione di due stelle, spiegando che sebbene magari questa o quella intenzione potesse anche essere buona, questo e quest’altro elemento proprio no, non si possono sopportare. Peccato e tanti saluti. 
Nel caso invece della presa per il culo vera e propria si può infierire. La presa per il culo non è una semplice discrepanza di contenuti tra la sinossi e la storia, o peggio tra la copertina e la storia. La presa per il culo è una traduzione col traduttore di Google. È un racconto di sette pagine più altre venti di baggianate a tre/quattro euro. In casi del genere la stroncatura è legittima e pure utile agli altri.   
Ecco le mie linee guida per delle recensioni costruttive.
Andate in pace e recensite tutti.