martedì 28 aprile 2015

Il buco nero del thriller


Attivando le promozioni del KDP di Amazon mi sono reso conto di come il genere a cui una storia appartiene può influenzare i download. Sai che scoperta, be’, ho voluto ragionarci su.
Nelle vecchie librerie, quelle dove si andava una volta, dove si poteva prendere in mano i libri e sfogliarli, dove il commesso ti guardava male...cosa? Ci sono ancora? E addirittura c’è ancora gente che le usa? Incredibile...dicevo, nelle librerie tradizionali sopra gli scaffali campeggiano i cartelli dei vari generi. Grazie a questi cartelli uno può orientarsi meglio e cercare con più facilità il libro che preferisce. Più la libreria è piccola, più le divisioni sono grossolane. Più la libreria è grossa più le divisioni sono sottili. Anche in un mega store mastodontico tuttavia, i generi sono suddivisi in modo strano. C’è una letteratura che ipotizzo i gestori considerino “seria” o “impegnata” la quale viene raggruppata tutta insieme in un macro-genere di solito definito “narrativa”. Qui dentro c’è di tutto, basta che sia una roba riconosciuta dalla critica-massa come seria/impegnata. Troviamo infatti 1984, Il nome della rosa, Dracula e I Malavoglia tutti mescolati insieme. Poi ci sono le sezioni dedicate ai generi. Thriller, giallo, fantasy, horror e fantascienza. A volte si trova anche rosa, oltre non si va mai. Questi sono i generi. Perfetto. Guardando l’ampiezza dell’area di scaffale riservata ad ogni genere si capisce che il thriller domina senza scampo, mentre gli altri tutti insieme stanno sulla parte rimanente dello scaffale. Come mai succede questo? Ovvio, perchè il thriller vende di più, è il genere più ricercato e quindi c’è più offerta. Questo invece, perchè succede? Be’. È molto meno ovvio, anzi, è quasi un mistero. Per capirlo si dovrebbe prima stabilire se l'attrazione del thriller è dovuta al thriller vero e proprio o alla massa informe di sotto e sopra generi che ingloba. Io credo che più o meno il successo del thriller sia dovuto al thriller vero e proprio, e non all’inglobamento, che s’è verificato nel tempo per questioni commerciali. La struttura del thriller, concepita per trascinare il lettore, ha il suo peso, la verosimiglianza, la pseudo realisticità degli eventi, anche. A mio parere il thriller è il genere meno “profondo” tra quelli esclusi dalla narrativa seria. Non ne vado matto, anche se lo leggo, credo che oramai siano fatti tutti con lo stampo e che non s’addentrino troppo poco nell’essere umano. Forse la sua superficialità dipende proprio dall’eccessiva inflazione che ha subito negli anni. È evidente che quando un genere tira così tanto e così a lungo si annacqui, si diluisca, e ciò ha contribuito a farlo diventare il genere di riferimento per lo svago. 
Su Amazon come siamo messi? Esattamente allo stesso modo. Amazon riproduce la classica divisione delle librerie tradizionali, forse con un dettaglio leggermente maggiore, ma comunque non come ci si potrebbe aspettare da uno store online che non ha problemi di gestione dello spazio. È strano come, quando si pubblica un ebook, si possa scegliere tra un sacco di sotto categorie che poi non compaiono più durante la navigazione normale nel catalogo. Mah.
Anche qui il thriller domina. 
Di recente ho attivato la promozione gratuita del mio ebook La Madunina, per due giorni. Delle cose che ho pubblicato finora questa è l’unica che ho inserito anche nella categoria thriller. Rispetto alle altre promozioni attivate in precedenza su altri titoli, storie di genere horror o azione/avventura, ha ottenuto molti più download, e con molta meno spinta da parte mia (segnalazione su due o tre gruppi google e basta). L’essere rimasto per due giorni nelle prime posizioni della categoria thriller ha dato molta più visibilità all’ebook, proprio perchè lì ci gira più gente. Molti potranno ritenere questa cosa una banalità, una cosa ovvia, e lo è, ma si tira dietro dell’altro. La Madunina non è una storia thriller nel senso classico del termine, anzi, è molte cose,(fanta-horror, pulp, azione, distopia pure) ma thriller lo è proprio per un  pelo. Tuttavia, inserendola lì, ha ottenuto benefici. Che cosa mai mi impedirà in futuro di “piegare” il genere di appartenenza delle mie storie per farle rientrare nella categoria thriller? Se farlo mi da benefici? E perchè non ne dovrebbero approfittare anche tutti gli altri, editori compresi? Tutto questo comporterà una sempre maggior confusione del genere, il quale finirà col fagocitare tutto, tipo buco nero.
La conseguenza sarà sempre maggior diffidenza negli altri generi? I quali diventeranno sempre più di nicchia e calpestati da tutti? Oppure alla lunga gli darà maggior prestigio e risalto, o anche solo dignità? 
Le divisioni in genere è importante che siano chiare e fatte bene, altrimenti creano solo confusione e sono dannose. Non vado matto per queste divisioni, anzi, credo che il massimo sarebbe la loro scomparsa. Visto che una divisione fatta bene pare impossibile, allora sarebbe meglio eliminarla del tutto. Una storia è una storia. È bella, è brutta. Ci piace, non ci piace. Il resto conta così tanto?

martedì 21 aprile 2015

Tre grandi misteri di Quentin Tarantino



Un regista grandioso, il più influente degli ultimi anni, fantasioso, estremo, creatore meraviglioso di dialoghi, ovviamente con i suoi grandi misteri. 



Cosa mi combini Bud?


Il primo mistero riguarda il film Kill Bill, che considero da sempre un unico film, almeno dal punto di vista narrativo. 
Il mistero è l’atteggiamento di Bud nei confronti del suo datore di lavoro Larry. Proprio non si può capire. 
Bud è un assassino spietato, un killer, abile ed esperto almeno quanto gli altri elementi della squadra Vipere mortali di cui fa parte. Per motivi sconosciuti la squadra s’è sciolta e ogni membro s’è fatto una vita propria. Bud è finito a vivere come un disperato in una roulotte scassata in mezzo al deserto. Prima lavorava in un autolavaggio, dove gli permettevano di arrivare in ritardo e ora lavora come buttafuori nello streap bar di Larry. Già queste sono cose strane. Il motivo per cui uno che giri per il mondo ammazzando persone e guadagnando grosse somme di denaro vada a finire in una roulotte schifosa non è molto chiaro, tuttavia si può accettare, la vita è strana. Ma come possa, un uomo del genere, sopportare certi insulti e maltrattamenti da un pappone qualsiasi, no, non si accetta. Bud, nonostante il physique du role non ci sia per niente e non ci sono elementi espliciti che lo facciano capire, deve essere un maestro di arti marziali, deve aver portato su e giù i secchi sulle gradinate del tempio di Pai Mei, sfondato tavole di legno a cazzotti e mangiato riso scotto e scondito. Deve saper maneggiare la spada di Hattori Hanzo che a differenza di quanto afferma s’è guardato bene dall’impegnare. Forse prima era più atletico, chissà, ora è un panzone, ma dovrebbe pur sempre essere una macchina da guerra, uno che è meglio non far incazzare, le tette di Beatrix, grandi e belle, ne sanno qualcosa. E invece? Accetta le angherie del datore di lavoro, si toglie quel cazzo di cappello, pulisce cessi pieni di acqua e merda da tutte le parti, subisce tutto abbassando la testa come uno scolaro con la coda di paglia. Com’è possibile? Cosa c’è dietro? Non lo so, non ho nemmeno un ipotesi che stia in piedi. Insomma, Bud mi pare proprio uno che se riceve un favore questo non significa che dev’essere trattato di merda, altrimenti può infilarselo nel culo il suo favore. I maltrattamenti di Larry mi sembrano ben superiori a qualcuno che ti abbaia addosso gli ordini. Ma niente, Bud subisce tutto in silenzio.


Il carnevale di Quentin


Il secondo mistero riguarda il film Django, e riguarda proprio la piccola interpretazione di Tarantino nella parte finale della storia. Jamie Foxx viene scortato da tre pistoleri disgraziati verso la miniera nella quale dovrà passare il resto della sua breve schifosissima vita a spaccare pietre. Uno dei tre pistoleri è Tarantino. Già da qualche anno il nostro Quentin non è più il ragazzo simpatico e spudorato, alto e magrolino, Jimmy insomma, che compera roba costosa, non cagate come Bonnie, bensì è pian piano diventato sempre più simile al Richie trasformato in vampiro al Titty Twister. Bolso, goffo, con una testa piuttosto grossa, diciamo che gli è successo esattamente quello che succede al vino. E cosa c’è di male? Assolutamente niente, tutti invecchiamo, cosa ce ne frega. 
Il pistolero interpretato da Tarantino quindi è un omone barcollante che ricorda lo Zio Zeb ma senza le frange. Il mistero sta proprio qui: come cazzo dobbiamo prendere questa interpretazione? 
Partiamo dall’abbigliamento. In seconda elementare, mi ricordo benissimo, per carnevale mi sono travestito da cow-boy: cinturone di cartone con fondina e cartucciera con tanto di proiettili di metallo, pistola a petardi, gilet di pelle, camicia a quadri, cappello di cartone ricoperto di stoffa. Mi ricordo perfino che raggiunta la piazza del paese al seguito della fila di carri colorati salutai mia zia che era sul balcone di casa sua, con una bella raffica di pistolettate. Ecco, come cow-boy ero molto più bello e credibile io che Tarantino in Django. Com’è vestito? Chi gli ha procurato quella roba che ha addosso? Stiamo parlando di un regista che ha fatto della cura maniacale nei dettagli uno degli elementi del suo successo. Questa cura è visibile in tutti i fotogrammi di tutta la sua filmografia. Questo pistolero invece non si può proprio guardare. Vestiti nuovi, rigidi, lindi, privi di qualsiasi caratterizzazione, faccia fissa, sguardo perso, come se aspettasse l’imbecco per la battuta. Infatti non c’è solo la faccenda dell’abbigliamento, anche la recitazione è così così. Nessuna battuta, poca dinamicità, poca presenza. Insomma, di solito le sua piccole apparizioni lasciano il segno, sono piccole perle. Conoscendo la sua attenzione potrebbe essere perfino una cosa voluta. Per qualche ragione ha voluto dare questo taglio scandente al personaggio, rendendolo quasi una patacca, un pagliaccio. L’abbigliamento è particolare in tutto il film. A parte rare eccezioni siamo di fronte a una sfilata di capi perfetti e sgargianti anche quando non dovrebbero esserlo. Perfino le coperte schifose e puzzolenti che si tolgono dalle spalle gli schiavi sono sgargianti. Siamo lontani chilometri dalla polvere di Sergio Leone. È una scelta, che s’abbina alla fotografia, portata avanti per tutta la pellicola, ma il pistolero va oltre questa scelta. Per me resta indecifrabile. L’umanità di Jimmy, con la sua vestaglia e quel sorriso, o la freschezza di Mr Brown, o il barzellettiere desperado. Qui abbiamo di fronte un pupazzo interdetto, che non so proprio come prendere.


Dove cazzo va Marsellus?


Il terzo mistero è presente nel grande film capolavoro: Pulp Fiction
Butch se ne sta tornando tutto contento al motel per recuperare Fabien, la sua odiosetta compagna. Ne ha combinate di tutti i colori, una cazzata dietro l’altra, e ancora ne deve combinare. E chi ti incontra al semaforo? Marsellus Wallace. E qui il grande mistero è proprio quello riassunto nel titoletto qui sopra. Dove cazzo va Marsellus? Cosa ci fa a piedi in giro per il paese? Con in mano roba da mangiare, probabilmente una torta e due bicchieri di caffè? 
Allora, Marsellus è miliardario. Vive in una villa enorme a Hollywood con piscina e un impianto di video sicurezza che non hanno nemmeno le banche di Zurigo. È un boss della malavita di Los Angeles, proprietario di locali notturni, controlla giri di droga, combina incontri di pugilato, ha uomini in tutto il mondo, perfino in Indocina. Cosa cazzo ci fa a piedi per strada a un semaforo pedonale uno così? Con in mano una torta e due bicchieri di caffè?
È vero, stiamo parlando di un film iperbolico, iperrealistico, l’eccesso è parte fondamentale della storia e del modo in cui viene raccontata, ma questo non è un eccesso, non è una siringa dritta nel cuore attraverso lo sterno, è più una assurdità al ribasso, un iperbole al contrario, e non un eufemismo, attenzione, ma una forzatura alla banalità, assente nel resto del film. 
Perchè mai Marcellus dovrebbe andare a comperare da mangiare da solo, a piedi, tra l’altro in un quartiere periferico e squallido che non è di certo il suo. Qui ci vive gente qualunque, a pochi metri da dove viene investito c’è un negozio di roba usata. Insomma, sapete chi è Marsellus Wallace? Se questa muore io divento concime per le piante. 
Questo terzo mistero è il più grande. È un mistero completamente narrativo e interno alla storia, come il primo,  che potrebbe però essere risolto da fuori. Tarantino non sapeva come fare per far incontrare Marsellus e Butch dopo il tradimento di quest’ultimo all’incontro combinato, e ha pensato di fare così. Semplice. Peccato che non è da lui, assolutamente. Crea incastri pazzeschi per tutto il film, la solita attenzione maniacale per i dettagli, la perfezione d’insieme, non può aver fatto uno scivolone del genere. Perciò non può essere considerato uno scivolone. Resta allora il mistero, irrisolvibile, di cove cazzo va Marsellus. 

martedì 14 aprile 2015

Il Kindle da un certo punto di vista



Dopo un anno abbondante di utilizzo più o meno intensivo del Kindle, mi sento in grado di dare finalmente un giudizio. È un oggetto esteticamente contraddittorio. Questo di sicuro. Bello e dal sapore tecnologico, con quei tastini un po’ storti e traballanti, o durissimi, lucido e pieno di ditate. Se non fosse per la parte leggermente gommosa sul retro, se fosse stato di plastica dura e liscia anche lì, sarebbe apparso come una cineseria della peggior specie. Invece, grazie alla gommatura e ancora di più al marchio impressoci sopra, l’oggetto acquista una dignità avveniristica.La lettura è riposante, gli occhi non si affaticano per niente, tale e quale leggere sulla carta. Ha anche un suo odorino particolare, alla faccia di quelli che la menano con la storia  del libro tradizionale. Il libro tradizionale ha un buon odore, buonissimo, sono d’accordo, ma anche il Kindle ne ha uno, meno affascinante magari, ma ce l’ha. L’unico difetto forse è che questo buon odorino ce l’ha da nuovo e pian piano svanisce. Non so pensare a nulla di più comodo che scaricare un libro direttamente dal divano di casa.  Già l’acquisto del libro tradizionale dagli store online è stata una rivoluzione, dal punto di vista della comodità, e dei prezzi anche, ma scaricare il libro così, in due secondi, è una cosa che crea quasi dipendenza. Infatti alcuni hanno questa dipendenza.Leggere sul Kindle è anche frustrante. Non sapere mai esattamente quanto manca alla fine di un capitolo mi mette addosso una vera e propria angoscia. C’è sì quella barretta sottile dove sono segnati i capitoli con dei minuscoli trattini, ma non è sufficiente. In base alla lunghezza del testo cambia la velocità d’avanzamento della barretta. Non c’è modo di sapere quando finirà il capitolo, se non proprio verso la fine dello stesso, quando ormai non serve più saperlo. Questa è una cosa che mi infastidisce. Alcuni testi poi, non hanno nemmeno i trattini d’interruzione, così uno si trova di fronte ad un blocco compatto, impenetrabile, con la quale dovrà fare i conti. In certe situazioni provo un leggero senso di nausea, come quando si legge in macchina, o sul pullman. Il fatto che in continuazione penso a quanto possa mancare alla fine di un capitolo, mi suscita il senso di nausea che rovina in parte la lettura. Niente di grave, solo una leggera sensazione. Le copertine tanto utili sullo store, tanto meravigliose sui bestseller cartonati, qui fanno proprio una magra figura. Infatti di default il libro parte già avanti alla copertina, tralasciandola come inutile. Infatti è inutile. Non si vede bene, è scura, con i puntini, non ha praticamente scopo. Posso anche accettare questa cosa, perchè a ben vedere il Kindle non è il libro, il Kindle contiene il libro, e basta. È come un televisore che fa vedere libri.  Questa è una svolta epocale. Una televisione che fa vedere libri. La svolta è solo apparente però, perchè anche il libro normale alla fine era un contenitore. Un contenitore che conteneva un libro solo, racchiuso tra le sue pagine di carta. La carica del Kindle dura un sacco di tempo, tanto che quando poi si scarica lo fa di colpo e ti lascia lì, fregato. Grazie al Kindle ho scoperto molti autori validi, e qualcuno non tanto valido. Credo che sia l’ideale per il mordi e fuggi, letteratura d’intrattenimento e svago, veloce, da pochi euro. Non leggerei mai I Miserabili, anche se è gratis, sul Kindle, perchè sarei ossessionato dalla barretta inchiodata sempre sulla stessa percentuale di progresso.Magari il Kindle, a qualcuno, potrebbe dare un iniziale stimolo alla lettura, quel pizzico di voglia, che prima mancava sempre, di mettersi a leggere. La tecnologia ha un forte fascino, che potrebbe anche far superare lo scoglio iniziale che si pone di fronte al lettore inesperto o addirittura al non-lettore. Una volta, in treno, avevo di fronte una ragazza che voleva attaccar bottone a tutti i costi. Dopo esser riuscita a rompere la mia barriera di resistenza, iniziata la conversazione mi ha detto: “ti piace leggere eh? anche a me piacerebbe tanto leggere, solo che non ho mai tempo”. 



mercoledì 8 aprile 2015

Linee guida per le recensioni su Amazon e compagnia bella




Le recensioni sono importanti. Sono uno dei pochi elementi che fanno prendere la decisione di acquistare un articolo, in questo caso un libro. Quando si ha voglia di leggere qualcosa di nuovo si va sullo store, si cerca, e una volta fatta una scrematura di genere o di qualche altro tipo, cosa si fa? Be’, gli elementi che colpiscono per primi e in modo più superficiale sono titolo e copertina. Spesso m’è capitato di leggere libri incuriosito soltanto da questi due elementi. Qualche volta m’è andata bene, qualche volta no. La prima impressione superficiale data da titolo e copertina ha una grossa importanza, come ho spiegato in questo post, perchè molte persone, non è una critica ma una semplice constatazione visto che non c’è niente di male e lo facciamo tutti chi più e chi meno, non si soffermano troppo sulle cose. Dopo titolo e copertina viene la sinossi. Per vedere di cosa parla il libro con quella copertina così accattivante e il titolo tanto azzeccato leggiamo la sinossi. La sinossi certe volte aumenta la nostra curiosità, altre in vece l’ammazza, rivelando che copertina e titolo sono si interessanti ma che non centrano proprio nulla con il contenuto. Nel primo caso si passa, almeno io lo faccio sempre, a controllare le recensioni. Ed è questo terzo elemento, dopo titolo/copertina e sinossi che ci fa prendere la decisione definitiva. Ci vuole un minimo d’esperienza, che tutti sviluppiamo in poco tempo, per raccapezzarsi in mezzo alle recensioni. Se il libro in questione è famoso e di successo, avrà decine o centinaia di recensioni, tutte autentiche, nel senso che sono fatte da persone qualsiasi che hanno letto il libro e hanno commentato come credevano. In questo caso basta leggerne qualcuna molto positiva e qualcuna negativa per capire che elementi abbiano esaltato gli autori delle prime e infastidito quelli delle seconde. Se si tratta di un libro sconosciuto, di editore sconosciuto, o addirittura di libro auto prodotto, allora le recensioni probabilmente non saranno tutte autentiche. Anche qui, non è difficile individuare quelle troppo entusiastiche e frettolose o quelle drastiche come se l’ebook l’avesse sritto uno scimmione. 
E quando invece la recensione bisogna scriverla? 
Prima di tutto è importante scriverla, e se il libro letto è un bestseller va bene più o meno scrivere qualsiasi cosa. Se invece è un libro di autore emergente/self/sconosciuto, è giusto secondo me seguire alcune linee.
Queste.
Mai cinque stelle. Le recensioni a cinque stelle ormai, grazie all’uso sballato che se ne è fatto, puzzano talmente di marcio che l’odore esce dalle casse del computer. Meglio quattro, che è comunque una valutazione molto elevata, per poi al limite sperticarsi in elogi nel testo. 
Nel caso ci si spertichi in elogi, farlo sempre con un minimo di ritegno. Il ritegno è importante, in tutte le situazioni, e anche mentre si scrive una recensione. Il libro appena letto non può essere un capolavoro come Delitto e castigo o Notte al drive-in.
Non invogliare il lettore a comperare il libro in modo diretto, farebbe puzzare la recensione ancora di più che le cinque stelle. Se la recensione è sincera e parla bene del libro chiunque capirà che sarebbe un acquisto interessante, almeno secondo chi ha scritto la recensione.
No recensioni di trenta/quaranta righe. Credo non le leggerà mai nessuno.
No stroncature. Le stroncature, quelle spietate, sono giustificate solo in un caso: la presa per il culo. Se il libro fa schifo, è noioso, illeggibile a livelli estremi, si può semplicemente non recensirlo, oppure farlo dando una valutazione di due stelle, spiegando che sebbene magari questa o quella intenzione potesse anche essere buona, questo e quest’altro elemento proprio no, non si possono sopportare. Peccato e tanti saluti. 
Nel caso invece della presa per il culo vera e propria si può infierire. La presa per il culo non è una semplice discrepanza di contenuti tra la sinossi e la storia, o peggio tra la copertina e la storia. La presa per il culo è una traduzione col traduttore di Google. È un racconto di sette pagine più altre venti di baggianate a tre/quattro euro. In casi del genere la stroncatura è legittima e pure utile agli altri.   
Ecco le mie linee guida per delle recensioni costruttive.
Andate in pace e recensite tutti.

martedì 31 marzo 2015

Un esperimento su Amazon. Peripezie di un racconto sul KDP

Circa sei mesi fa ho pubblicato il mio primo racconto su Amazon. L’idea era quella di un esperimento. L’esperimento sarebbe servito per vedere come andavano le cose partendo da zero, senza aiuti di nessun genere da perte di parenti amici e conoscenti vari. Per farlo ho usato uno pseudonimo, Banshee Miller, che poi ho mantenuto come nome per questo blog, senza dir niente a nessuno, in modo che se qualcuno di mia conoscenza fosse incappato per caso nel libro non avrebbe potuto collegarlo a me. Lo scopo era cercare di capire quanto avrei venduto in maniera pulita, effettiva, senza aiuti appunto. Il racconto in questione s’intitola Montagne di carne, ed è un fanta-horror strano e assurdo ambientato in montagna tra pastori pieni di muscoli e vacche, con una protagonista molto sexy e che è meglio non far incazzare. Il Racconto NON è per niente erotico.Bene, pubblico. 0,99 cent.Appena on line sono andato a controllare, tanto per vedere se era tutto a posto e l’ebook non c’era verso di trovarlo. Un blocco “per adulti” ne impediva la visualizzazione libera. Come mai? Forse per via del titolo e della copertina in effetti un po’ ambigua. Ho mandato subito una mail dicendo che il racconto non era assolutamente per adulti, ma solamente un racconto fanta-horror e lo staff di Amazon mi ha risposto che dopo delle verifiche sì, in effetti il vincolo si poteva togliere. Per fortuna, ho pensato, adesso si può cominciare. Per circa un mese ho lasciato l’ebook lì a riposare, senza promuoverlo in nessun modo. Risultato, una copia venduta, uno o due giorni dopo la messa on line. Perfetto, un ebook lasciato lì non vende niente.Passata questa prima fase ho attivato la promozione gratuita per tre giorni, pubblicizzando la cosa sul forum del Kdp e su alcuni gruppi Google+, ovviamente utilizzando il profilo Banshee Miller che non aveva praticamente contatti, non conosceva nessuno e avevo appena creato. Risultato, oltre novanta copie scaricate sull’arco dei tre giorni. Ottimo direi no? Addirittura, sulla coda dell’offerta gratuita un paio di utenti avevano scaricato l’ebook pagandolo. Perfetto, la promozione gratuita fa ottenere molti download. Finita la promozione mi son messo tutto soddisfatto ad aspettare la prima recensione, che su novanta download pensavo ben che sarebbe arrivata presto. Infatti così è stato. Dopo pochi giorni eccola, la mia prima recensione ufficiale e 100% autentica, di qualcuno, sconosciuto, che aveva scaricato il racconto, senza conoscermi, per curiosità, e l’aveva pure letto. Una stella. Sì proprio così, una sola stellina. Come sapete quando compare la schermata del libro si vedono di fianco le stelline ma senza il testo della recensione, per quello bisogna andare sotto. Quando ho visto la stellina ho provato prima una certa emozione e poi una specie di sconforto rassegnato e inevitabile, come se fosse destino ricevere la recensione da una stella. Va bè, ho pensato, cosa pretendevi...Ho letto la recensione. Il cliente si lamentava, incazzato nero, del fatto che il racconto non fosse per niente erotico, e non poteva credere che un racconto del genere fosse in testa alla classifica dei racconti erotici. In testa alla classifica dei racconti erotici? Il mio?Alt, fermi tutti, il mio NON era e non è un racconto erotico, per nulla, hai voglia utente della recensione di lamentarti. Eppure durante la pubblicazione avevo inserito le categorie giuste, horror e azione avventura. Ho controllato per sicurezza ed erano proprio giuste. Mi sono lamentato di nuovo con lo staff. Loro hanno risposto che era vero, avevo ragione, e che avrebbero spostato l’ebook nelle giuste categorie. Perfetto ho detto io, ma adesso come la mettiamo con la recensione da una stella? Vi sembra corretto che campeggi lì, in bella mostra, unica, terribile e totalmente ingiusta? Sì, hanno detto, ci sembra corretto, perchè la recensione non viola nessun parametro e resta lì. A sì? Ho detto io, magari non viola nessun parametro, perchè dal punto di vista dell’utente incazzato è legittima, ma dal mio punto di vista? Cosa centro io? Siete voi che col vostro errore mi avete procurato la recensione. Avete idea di cosa significa per un racconto avere una sola recensione da una stella?  Niente, la recensione è rimasta. C’è ancora adesso.  Pazienza mi son detto, andiamo avanti. Senza promozione gratuita il libro s’è fermato, vendere è impossibile. Ho pubblicizzato sui gruppi, ma niente, magari, ogni tanto una copia scaricata. La cosa peggiore in questo frangente è la sensazione di totale invisibilità, nullità assoluta. Passato un altro mese ho riattivato la promozione, convinto di ottenere altri novanta download se non di più, e finalmente, questa volta, nella giusta categoria. Ho attivato la promozione, l’ho fatto sapere. Una trentina scarsa di download, nonostante avessi fatto tutto come la volta precedente. Ho pubblicato un seguito del racconto, ho attivato subito la promozione. Una ventina di download. Sempre peggio, come mai? Be’, è evidente che la categoria che tira di più è quella della letteratura erotica. Ancora oggi, dalla pagina di Montagne di carne, si possono notare i libri visionati dai clienti che hanno visionato il mio e sono tutti erotici (con titoli molto divertenti devo dire). I novanta download ottenuti la prima volta erano dovuti all’appartenenza alla categoria erotica. Il titolo non l’ho cambiato, non credo lo farò mai, mi piace, ma la copertina si. La nuova è quella che vedete qui di fianco da qualche parte. La prima è quella qui sotto. Il mix creato dal titolo e dalla prima copertina ha condannato il mio ebook ad essere considerato per sempre un racconto erotico? Conclusioni?

Un ebook da solo non vende niente.

L’impressione superficiale che dà l’ebook è fondamentale.

I lettori che scaricano gratuitamente durante le promozioni poi non leggono quello che hanno scaricato. O al limite non lo recensiscono. Montagne di carne ha circa duecento download gratuiti e tre recensioni (tutte rigorosamente autentiche, buone o cattive che siano).

Il racconto dell’autore autoprodotto con venti recensioni. Se sono da cinque stelle e vogliamo essere cattivi sono tutte pilotate o di parenti e conoscenti. Se sono più altalenanti e vogliamo essere meno cattivi possono essere di parenti, amici e lettori che nel tempo hanno conosciuto l’autore per varie vie. L’esordiente con molte recensioni 100% integrali è proprio raro. 

Amazon è una giungla spietata.


 



martedì 24 marzo 2015

Un'idea nuova per mettere in piedi una casa editrice che funzioni (e guadagni)


M’è venuta questa idea negli anni, esplorando il mondo delle case editrici, chiedendo, inviando manoscritti, collaborando anche, con alcune pubblicazioni di nullo successo. Osservando la direzione che ha preso l’editoria negli ultimi tempi, osservando e analizzando il fenomeno del self-publishing, le critiche che riceve quest’ultimo, il mistero e la diffidenza che lo circonda. Insomma, ci sono stato dietro, alle questioni dell’editoria. E ho avuto l’idea.L’idea per una casa editrice, non dico di successo (come sarebbe possibile?) ma di una casa editrice che si regga in piedi, che dia un discreto guadagno, senza un grosso impegno e con  la possibilità di essere gestita da una persona sola.Ecco la mia idea per una nuova casa editrice di modeste pretese.Si trova un bel nome, intrigante, affascinante ma sotto le righe, che so, qualcosa tipo notte sfumata editore, e si crea un bel sito in stile soft, perchè credo sia meglio non esagerare.Si rende evidente in tutti i modi che la casa editrice è assolutamente free e non chiederà mai soldi agli autori, in nessun modo e forma. Questo fatto del free è molto importante, è il punto principale, quello su cui fa leva tutto il meccanismo. Il free serve ad attirare montagne di aspiranti scrittori disperati che hanno ottenuto rifiuti ovunque e che sono lì lì per vendere l’anima. La faccenda del free va confezionata bene, in modo da toccare le corde giuste, in modo che qualsiasi aspirante scrittore incappi nel sito ci caschi dentro. Il free va valorizzato, dicendo che l’autore è tutto, che la sua opera è tutto, che lo scrivere è una missione, un contributo culturale, sociale. Insomma, bisogna far venire il cardiopalma all’aspirante scrittore, in modo che mandi il manoscritto. Non è tanto difficile.Si aspetta un po’, diciamo un mese, in modo da ricevere qualche centinaio di manoscritti. Si risponde a tutti, senza leggere i testi, per ottimizzare i tempi. Si risponde che il manoscritto è interessante e lo si vorrebbe pubblicare. Si propone un contratto standard, con percentuali per l’autore ridicole in modo da avere il massimo profitto possibile. Stimo che un buon 80% degli aspiranti scrittori accettino senza fare storie. Il restante 20% chiederà chiarimenti, vorrà sapere questo e quello, la distribuzione, la promozione. Si starà sul vago, rivelando che la pubblicazione sarà soltanto digitale, mollando in questi casi una bella sviolinata a favore dell’editoria digitale, rampante, il futuro e tutto il resto. Una mail di risposta è sufficiente. Due sono una perdita di tempo, se qualcuno insiste lo si ignorerà, perchè non c’è tempo da perdere dietro gli indecisi. La sera poi, dopo il lavoro, ci si metterà davanti al computer. Si ideerà una linea grafica minimalista per le copertine, tipo bianche con una linea dritta di qualche colore e titolo e nome autore e nome casa editrice. Una roba molto semplice ed elegante, che si può fare direttamente col Word. Tutte le pubblicazioni avranno lo stesso stile grafico per la copertina, come le grandi  collane. E via si pubblica. Tutti i manoscritti ricevuti, senza leggere niente, una bella copertina col Word e via. Senza fare editing, senza correzione bozze, come potrebbe una persona sola, per di più nei ritagli di tempo? Senza promozione, niente di niente, solo la pubblicazione.Valanghe di manoscritti, valanghe di titoli pubblicati.E poi? E poi ci pensano i parenti e gli amici. Facciamo due conti. Quanti manoscritti si possono ricevere e pubblicare in un mese? Cento? Bene sono milleduecento all’anno. Per ogni titolo pubblicato, tra gli amici e parenti eccitati per la pubblicazione (attenzione, FREE!) del nipote, quanti download medi garantiti si potrebbero avere? venti? dieci? Se si avesse un guadagno netto di due euro a copia farebbero ventiquattromila euro in un anno, mi pare. Mi sembra un utile di tutto rispetto per una casa editrice gestita nei ritagli di tempo da una persona sola. Qualcuno potrebbe obiettare che dopo un po’ si spargerebbe la voce dello scarso trattamento verso gli autori e le opere e nessuno più manderebbe manoscritti. Sbagliato, primo perchè anche se il trattamento è così così una casa editrice free che ti pubblica  mantiene sempre la sua attrattiva, secondo non si spargerà niente, visto che a parte amici e parenti nessuno comprerà mai e la casa resterà sconosciuta. Ecco, questa è la mia idea per una nuova casa editrice di medie pretese che funzioni. 
 

martedì 17 marzo 2015

Sarà poi vero che tutti scrivono e nessuno legge?



Tutti scrivono ma nessuno legge. Sarà poi vera quest’affermazione che si sente ormai un po’ dappertutto? Vediamo, almeno la seconda parte sì. Non è che non ci sia proprio nessuno che legge, i lettori ci sono, ma sono pochi e in calo. Come mai? Be’, quello è un discorso lungo e ne ho già parlato, ma sta di fatto che obiettivamente è così. Per cui accettando l’iperbole possiamo dire sì, nessuno legge.Tutti scrivono. No, non è vero, non si può considerare vera questa parte dell’affermazione iniziale, nemmeno accettando l’iperbole. Quando diciamo “nessuno legge” quel nessuno è riferito alla totalità delle persone, solo una piccolissima parte di tutta questa totalità non sottostà alla definizione (di fatto legge) e questo permette la forzatura dell’iperbole. Nel caso del “tutti scrivono” invece, siccome il “tutti” si riferisce sempre alla totalità delle persone, è sempre una piccola parte, che scrive, mentre invece per dar modo all’iperbole di funzionare dovrebbe essere grande, la parte. Per permettere all’iperbole di funzionare bisognerebbe fare una precisazione, questa: tutti i lettori scrivono. In questo modo si restringerebbe l’insieme a cui fa riferimento quel “tutti” e in questo caso sì, potremmo dire che la parte di quel “tutti” è in effetti grande (moltissimi lettori scrivono). Oggi grazie al self-publishing in effetti, maree di scrittori, me compreso, hanno invaso la rete con le conseguenze che conosciamo. Quindi, l’affermazione corretta diventerebbe: tutti i lettori scrivono ma nessuno legge. Ecco, così va meglio. Ma non suona un po’ contraddittoria? Paradossale, come accendere la luce per vedere se è spenta. Com’è possibile? Come possono i lettori, che sono lettori in quanto leggono, non leggere? Siamo veramente di fronte a un paradosso? Se fosse così, essendo il paradosso impossibile, saremmo costretti a tornare alla prima versione dell’affermazione. Ma quella era palesemente falsa. Quindi? Non è vero che tutti scrivono e che nessuno legge? Allora tutti, in questi mesi, se non forse già anni, hanno sparato cazzate, si sono lamentati per niente, hanno frignato. Tutti i piccoli editori, delle frigne, ma anche i grandi, sempre a lamentasi della crisi della letteratura, della cultura, tutte balle, e non parliamo poi dei self-publisher, sempre pronti a piangere, perchè snobbati, perchè costretti a strisciare sul fondo, schiacciati dai più grossi e cattivi che rubano i pochi lettori con metodi illeciti, perchè sminuiti a causa di quegli scrittori non lettori, che fanno schifo e che gettano fango e merda su tutta la categoria, ma che a quanto pare non possono esistere perchè paradossali. Tutto finto? Tutte parole al vento? No. Quell’affermazione, la seconda, non è paradossale. Sembra, lo è anche, vista così, però la realtà è diversa. Le cose stanno così. L’avvento del digitale ha portato la possibilità di pubblicare a tutti, da casa, senza spendere un soldo e senza chiedere niente a nessuno. Prima era più complicato, si poteva fare lo stesso ma era una procedura più faticosa e costosa(case editrici a pagamento e compagnia bella). Cosa vieta oggi a uno che ha anche solo il giribizzo di pubblicare qualcosa, di farlo? Niente. Quindi quello pubblica. Questo per la parte del “tutti scrivono”. Non credo però che questi lettori/scrittori non leggano niente, mi sembra impossibile. Onestamente non credo sia credibile la figura dello scrittore, anche improvvisato, anche toccata e fuga, che non legga, o non abbia letto, mai niente. Da dove arriverebbe la sua ispirazione? Come nascerebbe in lui l’idea di scrivere un libro? Conosco un sacco di brava gente che non legge mai, ma proprio mai, e non mi pare proprio che a queste persone sia mai saltato in mente neanche per sbaglio di scrivere un libro. Chi prende in considerazione di scrivere deve aver letto, prima. Ecco, magari dopo aver letto qualche romanzetto, qualcuno potrebbe pensare di scriverne uno lui, e senza leggere più niente si potrebbe buttare a capofitto nell’esperienza. Questo sì. Ma la cosa si perderebbe nel nulla al massimo dopo la prima agghiacciante pubblicazione su Amazon. Insomma, scrivere è duro, è faticoso, costa tempo, anche scrivere male, se uno non ha stimoli solidi non credo che produrrà chissà cosa. Al massimo un ridicolo esperimento. Se togliamo questi outsider, restano scrittori/lettori che leggono, per forza, in modo da poter portare avanti quello che, almeno credono, possa essere un buon lavoro. Quindi si scrive ma si legge anche. Cosa si legge? Altro punto dolente. Sempre le solite cose, i bestseller. Vero, anche se così è un po’ generico. Ci sono i lettori di bestseller, che leggono solo quelli, durante le feste e al mare, ma ci sono anche lettori più agguerriti che leggono classici e libri sconosciuti. Infine ci sono anche lettori che leggono di tutto, compresi autori indipendenti, ossia auto pubblicati. E qui arriviamo al nocciolo. Le grandi case editrici si lamentano per abitudine e perchè, in effetti, oggi come oggi, uno prima di tirare fuori venti euro per un libro di trecento pagine ci pensa su un numero periodico di volte, qualsiasi tipo di lettore sia. Le piccole case editrici si lamentano perchè a leggere i loro autori sconosciuti sono in pochi, e perchè in effetti, uno prima di tirare fuori quindici euro per un libro di duecento pagine ci pensa su un numero periodico di volte, qualsiasi tipo di lettore sia. I self-publisher si lamentano perchè a leggerli non c’è quasi nessuno, nonostante uno se deve tirar fuori un euro, in qualsiasi altro caso non ci mette neanche un microsecondo. Ecco, il vero significato dell’affermazione “tutti scrivono, nessuno legge” è rappresentato in pieno nel mondo del self-publishing. Qui trova piena soddisfazione, perchè qui davvero tutti scrivono e nessuno legge, perchè quel poco che si legge è altro. E qui c’è anche il diritto di lamentarsi. Perchè c’è la vera indifferenza, perchè c’è la vera mancanza di coraggio.Manca il coraggio, al lettore, di provare, di allontanarsi dalla comoda poltrona affossata. Insomma, i lettori ci sono, ma sono pochi, pigri, svogliati e in via d’estinzione. Gli scrittori ci sono, improvvisati, allucinati, con la testa montata e il dente avvelenato. Ci sono le premesse per una discreta schifezza.